Il Minivolley è amico dell’ambiente

Inizia il 15 dicembre a Mulazzano il progetto “+ sport – sprechi” che coinvolgerà gli atleti del minivolley di tutta la Provincia di Lodi.
“+ sport – sprechi” è un progetto finanziato dalla Fondazione Cariplo e nato dalla collaborazione tra Istituto per l’Ambiente e l’Educazione Scholé Futuro Onuls, il Dipartimento di Elettronica, Informazione e Bioingegneria del Politecnico di Milano e la FIPAV Comitato Provinciale di Lodi. Il progetto “+ sport – sprechi” ha l’ambizione di rendere l’attività sportiva una pratica sempre più sostenibile e amica dell’ambiente. Spesso azioni semplici, come usare l’acqua del rubinetto invece che nella bottiglietta di plastica, ripetute ogni allenamento da tutti i giocatori, sono in grado di fare la differenza e di abituare gli atleti, grandi e piccoli, a un cambio di abitudini permanente. “+ sport – sprechi” lancia una gara rivolta a tutte le Società di minivolley della Fipav lodigiana che potranno “sfidarsi” per diventare la “Società +Sport-Sprechi”!

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8a giornata di incontri sull’educazione all’acqua e ai fiumi, che si è tenuta

Dal 2005, le Péniches du Val de Rhône, organizza ogni anno una giornata di scambio in materia di educazione sull’acqua. Questi incontri hanno l’obiettivo principale di animare e allargare la rete degli educatori ambientali sul territorio, di mutualizzare e valorizzare le esperienze e le azioni dei songoli attori e di sviuppare nuove collaborazioni e sinergie. Quest’anno, in collaborazione con  la “Maison du Fleuve”, il tema dell’ 8a giornata di incontri sull’educazione all’acqua e ai fiumi, tenutasi a Lione  il 19 settembre scorso, è stato: progetti europei e l’EEDD (Education à l’Environnement et au Développement Durable). Anche  l’ Istituto per l’ Ambiente e l’Educazione Scholé Futuro Onlus ha partecipato all’incontro…

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Pesca: Coldiretti, scattato Fish dependence day. Si mangia pesce estero

(ASCA) – Roma, 15 apr – E’ scattato il Fish dependence day giorno in cui si e’ tecnicamente esaurito il pesce ”Made in Italy” e si comincia a mangiare quello importato. Lo comunica Impresa Pesca Coldiretti lanciando l’allarme sulla accresciuta dipendenza dall’estero per i consumi di pesce a fronte del grado di autosufficienza dell’Italia sceso dal 32,8% al 30,2% negli ultimi due anni secondo il report di Ocean 2012. Contestuamente, diminuisce il consumo di pesce nel paese e si moltiplicano i casi di pesce straniero spacciato per italiano. Rispetto allo scorso anno le disponibilita’ nazionali di pesce – sottolinea la Impresa Pesca Coldiretti – si e’ esaurita con una settimana di anticipo a conferma delle crescenti difficolta’ che devono affrontare i pescatori italiani che impiegano circa 13.500 imbarcazioni nella raccolta soprattutto di alici, vongole, sardine, naselli, gamberi bianchi, seppie, pannocchie, triglie, pesce spada e sugarelli.

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Beatrix Potter

Beatrix Potter, naturalista del mese di dicembre (di Margherita Bandini)

Fino all’estate di quest’anno, conoscevo Beatrix Potter solamente come l’autrice di libri per bambini: quando ero piccola, mia mamma mi ha comprato e letto molti dei “piccoli libri” di fiabe che scrisse, (da “The Tale of Peter Rabbit” a “The Tale of Mrs. Tittlemouse”) ed io ero innamorata di ognuno. Ecco perche’ nell’ agosto scorso, all’ età di 29 anni, quando ho scoperto che vicino al nostro albergo in Scozia c’ era un piccolo museo dedicato a Beatrix Potter, ho guidato la mia intera famiglia al piccolissimo villaggio che lo ospitava e che, abbiamo scoperto, aveva ospitato la stessa Beatrix per molte estati. Lì, improvvisamente ed inaspettatamente, mi sono trovata faccia a faccia con l’evidenza: articoli di giornale, documenti, collezioni, foto, e sorprendentemente disegni ad acquarello. Acquarelli splendidamente dettagliati, di funghi, mammiferi (conigli, ovviamente, ricci, volpi e topi di campagna), insetti, alberi, fiori.

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Finalmente una buona notizia

Finalmente una buona notizia: la qualità delle acque di balneazione europee continua a migliorare. Questo, almeno, è quanto emerge da una recente valutazione dell’Agenzia europea dell’Ambiente e della Commissione europea, secondo la quale oltre il 90% delle acque del vecchio continente rispetta ad oggi gli standard minimi di qualità.
In particolare, la relazione sulla qualità delle acque di balneazione europee, “Quality of bathing water – 2011 bathing season”, fornisce un’ampia e aggiornata panoramica dello stato di salute degli oltre 22 mila siti balneari presenti nei 27 stati membri dell’UE, ai quali si aggiungono quelli relativi a Croazia, Montenegro e Svizzera. Il documento riporta che circa il 77% dei siti analizzati presenta una qualità eccellente (il livello più alto nella scala di valutazione): si tratta di un aumento di circa il 3% rispetto ai risultati ottenuti nel 2010. Inoltre, il 92.1% dei siti è risultato comunque conforme agli standard minimi di qualità dell’acqua stabiliti dalla normativa dell’UE, anche se non di qualità eccellente. Soltanto l’1.8% delle acque è risultato non conforme: si tratta di un risultato decisamente incoraggiante.Gli standard utilizzati a riferimento sono particolarmente elevati per le acque costiere, delle quali circa l’80% ha soddisfatto le norme più rigorose e il 93% i valori minimi di qualità. In particolare, Cipro, Croazia, Malta e Grecia sono risultati essere gli Stati con le acque più pulite e quindi più adatte alla balneazione. Per definire la qualità delle acque sono stati analizzati i livelli di alcuni specifici batteri riconducibili alla presenza delle più tipiche fonti di inquinamento per le acque di balneazione, le acque reflue e i rifiuti provenienti dagli allevamenti di bestiame.
Pubblicata durante l’anno europeo per l’acqua (2012), la relazione conferma come la qualità complessiva delle acque di balneazione nell’EU sia considerevolmente migliorata dal 1990, anno in cui hanno avuto inizio alcune campagne di misurazione. In quell’anno, il 9.2% dei siti costieri e l’11,9% delle aree balneari interne non rispettavano la legislazione in vigore.

web: http://www.eea.europa.eu/themes/water/status-and-monitoring/state-of-bathing-water
          http://www.eea.europa.eu/data-and-maps/explore-interactive-maps/eye-on-earth

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Un azzurro sempre più intenso

Sono passati dieci anni da quando Stefano Moretto mi ha fatto l’onore di coinvolgermi nel progetto Il Pianeta azzurro e nelle attività dell’Istituto per l’Ambiente e l’Educazione Scholé Futuro e della rivista .eco. Non ho ritrovato traccia di quei primi Oblò, ma ricordo bene l’entusiasmo di Stefano per questo “suo” inserto e l’energia che riusciva a infondere a tutti i collaboratori di cui, probabilmente, io ero il decano, oltre che un acceso sostenitore di questa idea, visto che da poco era uscito il mio Pianeta Azzurro nella collana degli Oscar Mondadori. Ciò che mi aveva attirato, oltre alla possibilità di aiutare un amico, era stata la promessa che non avrei avuto particolari vincoli. Insomma, per la prima volta mi veniva offerta l’occasione di scegliere autonomamente l’argomento da trattare purché, beninteso, ci fosse di mezzo l’acqua in una qualsiasi delle sue tante forme e stati. Da allora, puntualmente, nella mia casella di posta sono arrivati i messaggi con cui Stefano mi ricordava di inviargli il nuovo Oblò. A volte discutevamo quale argomento trattare a seconda del taglio di Pianeta azzurro di quel mese ma, più spesso, improvvisavo basandomi sugli avvenimenti recenti e gli spunti non mancavano mai: inondazioni, tsunami, battaglie per l’acqua, inquinamenti, diritti dell’uomo, guerre e sprechi.
In dieci anni non ci siamo fatti mancare nulla e il nostro Pianeta azzurro è diventato un appuntamento fisso per tutti i lettori di .eco. Molto è cambiato e, a modo nostro, anche noi abbiamo provato a cambiare qualche cosa suggerendo, invitando a riflettere, raccontando
la vita e i misteri di quei tre quarti straordinari del nostro pianeta che lo rendono così unico, così azzurro. Mi piace pensare che ogni numero sia stato un seme capace di germogliare. Non importa quanto tempo sarà necessario perché alcuni di quei semi si trasformino in piante. L’impor-tante era seminarli e dieci anni di .eco e Pianeta azzurro sono un buon concime per rendere fecondo il prossimo decennio e l’altro ancora e anche il successivo e così via, con l’augurio che l’azzurro non sbiadisca mai e anzi diventi sempre più intenso.

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Fatti non foste…

Mi stavo chiedendo su cosa aprire questo primo oblò del 2012 quando il destino mi ha voluto favorire offrendomi uno spunto del tutto insperato, non tanto per l’argomento in se, quanto per le modalità con cui tutto è accaduto.
Ovviamente, e non potrebbe essere altrimenti, trattandosi di Pianeta Azzurro, intendo riferirmi alla Costa Concordia che nel momento in cui sto scrivendo (4 febbraio 2012) si trova ancora incagliata sulle coste dell’isola del Giglio. I naufragi, purtroppo, esistono, sono sempre esistiti ­- con grande gioia degli archeologi sottomarini e dei cacciatori di relitti -, e sempre esisteranno. Ciò che stupisce, semmai, è il fatto che continuano ad avvenire per “incauto uso del mezzo”, una frase che si può applicare tanto alla gestione della nave quanto del mezzo liquido su cui lo scafo si trova a viaggiare. Purtroppo la tecnologia non risolve tutto un po’ perché le macchine restano tali anche quando ci piace definirle intelligenti (e se il metro è la nostra intelligenza media di primati evoluti tutto si spiega) e poi perché, dietro le macchine, c’è sempre un uomo. Inoltre, ci dimentichiamo che il mare è immenso, potente e sconosciuto (a quanto pare non conosciamo nemmeno tutti gli scogli sommersi) e non può essere sfidato impunemente. Ci aveva provato Serse, che aveva persino fustigato il mare, e gli era andata male, ci avevano provato gli svedesi con il possente vascello Wasa, affondato poco dopo aver salpato le ancore, ci avevano provato gli inglesi della White Star con il Titanic e tutti sappiamo come è andata a finire.

Con il mare bisogna seguire “virtute e conoscenza” e ci vuole prudenza, soprattutto quando alla sua immensità si contrappone un gigantismo che ha solo radici economiche. Più la nave è grande, più gente si può imbarcare e più gente si imbarca più si guadagna (forse più con gli extra che con il biglietto) trasformando un viaggio per mare in una sorta di festa mobile dove il divertimento è obbligatorio. Nel divertimento, a quanto pare, è anche compreso il passaggio sotto costa per fare foto da mostrare agli amici, ma questa volta il passaggio si è trasformato in una veronica (uno dei movimenti chiave e più rischiosi dei toreri) mal riuscita. E adesso il colosso dei mari è lì, pieno di tutto quello che serviva per le sue migliaia di passeggeri che non hanno nemmeno fatto in tempo a capire come fosse organizzata la nave che hanno dovuta abbandonarla. I danni morali sono stati altissimi, quelli legati all’immagine delle nostre navi da crociera ancora di più, e anche se al Giglio non ci sono le barriere coralline (al contrario di quanto sostiene qualcuno intervistato alla radio), i danni all’ambiente (che sono poi quelli che ci interessano di più dopo quelli alle persone) cominciano a manifestarsi. Oli, vernici, derrate alimentari in decomposizione, acque di sentina piano piano defluiscono in mare, inquinandolo. Forse il carburante verrà recuperato, ma ancora non sappiamo se il travaso riuscirà. È una corsa contro il tempo perché la nave si sposta e le mareggiate d’inverno non mancano.

La saga della Costa Concordia è appena cominciata. Affonderà, sarà smontata, riusciranno a  recuperarla? Ai posteri l’ardua sentenza. A me piace immaginare un finale a cui nessuno o quasi ha ancora accennato, e che farebbe la fortuna del Giglio. Se affondasse, la Costa Concordia, diventerebbe il più grande relitto sommerso al mondo, un’attrazione universale paragonabile alla torre di Pisa e ad altri monumenti illustri. Se venisse aperta alle immersioni, arriverebbero dalla Patagonia per scendere su questo relitto. E il mare tra qualche decina di anni sarà ritornato padrone, come di tutto ciò che affonda, e dove c’era capitan Schettino nuoteranno felici le castagnole. Succederà? Chissà? I sogni son desideri…

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Riv/Ev-oluzione

Per lavoro sono alle prese con un testo di ecologia e mi sono trovato a riflettere su come certe regole e principi assumano un valore particolare di fronte ai mutamenti oggi in atto nella nostra società (non dite che non ve ne siete accorti che qualche cosa sta cambiando!). Quando le condizioni ambientali di un dato habitat cambiano, gli organismi sono obbligati a dare delle risposte dalle quali dipende la loro sopravvivenza o estinzione. In certi casi le popolazioni potranno, come si dice, “tirare la cinghia” in attesa che la situazione torni come prima, ma quando i cambiamenti sono epocali (e quelli in atto hanno tutta l’aria di esserlo), le uniche alternative sono evolversi o estinguersi. Estinguersi è abbastanza facile: si hanno meno risorse a disposizione, trovare cibo diventa sempre più difficile; meno si mangia meno si hanno energie per fare altro come, ad esempio, riprodursi. E se le nuove generazioni diminuiscono la spirale non può che essere negativa, come dimostrano dinosauri e schiere di fossili appartenenti a specie che non ci sono più. Evolversi, invece, è leggermente più difficile. Innanzitutto è necessario che ci sia qualcuno che abbia, senza necessariamente saperlo, le caratteristiche giuste per sfruttare le mutate condizioni ambientali. A volte basta poco per cominciare: un colore un po’ diverso, una pinna più ampia, scaglie più leggere, un po’ di grasso in più o in meno e cosi via. Come le ciliegie, un carattere vantaggioso ne tira un altro e alla fine, voilà, ecco una specie nuova perfettamente adattata all’ambiente che cambia.

Negli animali culturali come l’uomo, l’evoluzione può seguire altre vie, più rivoluzionarie. In questo caso non servono tanto le caratteristiche geneticamente trasmissibili quanto le idee purché siano utili, vantaggiose per la specie e, ovviamente, trasmissibili.
C’è un’altra differenza tutt’altro che trascurabile tra evoluzione e rivoluzione. La prima, di solito, procede lentamente mentre la seconda può essere decisamente più rapida anche se poi i suoi effetti sono destinati a protrarsi nel tempo. Oggi i mutamenti in atto ci obbligano a fare delle scelte che determineranno come non mai il nostro futuro. E forse la differenza rispetto a un ieri neppure troppo lontano è che adesso siamo costretti a decidere e soprattutto a programmare sul serio il futuro. Può non piacere, ma potrebbe essere un vantaggio. Soluzioni alle quali non avremmo mai pensato o che avremmo scartato a priori perché scomode, adesso possono rivelarsi altrettante vie d’uscita. Dovremo cambiare il modo di consumare le risorse utilizzando ciò che abbiamo più vicino ed evitando gli sprechi, recuperare il rispetto e l’amore per il prossimo e rivalutare i beni immateriali come la cultura, il paesaggio, il bello. Ricordiamoci poi che tutti abbiamo un cuore e una testa che non viene ancora fabbricata in serie come non lo è ciò che ci circonda e che ancora riusciamo a riconoscere come natura. E, infine, non dimenticate che se il prefisso “eco” precede tanto “logia” che “nomia” un motivo ci deve pur essere.

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Vino non annacquato

Risparmio idrico nei vigneti trentini

L’irrigazione di terreni coltivati costituisce un’attività a forte impatto ambientale per quanto concerne il consumo di risorse idriche. A tale problema hanno provato a dare una risposta in Trentino dove nelle zone di Faedo e Pilcante, la viticoltura vanta una lunga tradizione e la fornitura d’acqua alle diverse aziende sul territorio è gestita da un unico consorzio. L’idea innovativa consiste nella sostituzione dei tradizionali sistemi di irrigazione a pioggia, per loro natura impostati su schemi predefiniti e quindi indipendenti dalle reali necessità del momento, con impianti basati su una sofisticata tecnologia di controllo a distanza.
In particolare, una serie di sensori monitorano costantemente l’umidità del suolo e determinano di conseguenza la quantità d’acqua che di volta in volta è necessario erogare, rendendo così il sistema molto flessibile e riducendo al minimo gli sprechi. Inoltre, tale tipologia di impianto permette di distribuire in maniera più capillare l’acqua di irrigazione e di giungere fino alle radici delle piante, con una conseguente qualità dei prodotti finali più elevata rispetto a quella ottenuta ricorrendo ai sistemi a pioggia controllati manualmente. Dall’elaborazione dei primi dati raccolti durante la fase di sperimentazione del progetto, il risparmio idrico ottenuto si aggira intorno al 40-50%, con picchi fino al 60% rispetto ai sistemi tradizionali. Sicuramente un bel risultato che, se associato a una fase di convogliamento delle acque piovane in bacini di raccolta, permette di risolvere il conflitto con l’approvvigionamento pubblico, che molto spesso caratterizza la stagione estiva.

web: Acqua e cambiamenti climatici, relazione specifica della Cipra, N. 3/2011, scaricabile QUI
         www.claber.it

 

 

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Orbit, la lavatrice intelligente

Le cattive abitudini domestiche incidono profondamente sullo spreco mondiale di acqua. D’altro lato, ci sono però delle comodità alle quali non siamo più in grado di rinunciare: se è pur vero che un carico di lavatrice richiede dagli 80 ai 120 litri, è anche vero che al giorno d’oggi è praticamente impossibile fare a meno di questo elettrodomestico. Alla risoluzione di questo dilemma viene in aiuto un nuovo modello di lavatrice portatile, Orbit, che non solo riduce i consumi di acqua ma li azzera, in quanto utilizza esclusivamente ghiaccio secco. Si tratta di un prodotto ancora sperimentale, creato dal designer Elie Ahovi per Electrolux, che, se si rivelasse effettivamente funzionante come sembra emergere dai risultati dei primi test, potrebbe costituire una vera e propria “rivoluzione”.
Orbit rappresenta una scelta di sostenibilità poiché, oltre al risparmio di acqua, non richiede l’utilizzo di detersivi, in quanto per il lavaggio sfrutta una reazione chimica del biossido di carbonio. Nello specifico il ghiaccio secco (anidride carbonica allo stato solido) a una certa pressione sublima in forma gassosa e il getto ad alta velocità che ne deriva provoca l’eliminazione delle macchie dagli indumenti. Inoltre, la lavatrice viene alimentata da una batteria a forma circolare, al cui interno è collocato il cestello che, tramite un movimento dall’alto al basso e da un angolo all’altro dovuto alla creazione di un campo magnetico, permette di lavare e asciugare il bucato.
Detto ciò, questo prototipo presenta ancora delle questioni da risolvere: anche se il consumo di acqua e detersivi è azzerato, è richiesta energia per caricare la batteria e raffreddare il cestello. Inoltre, è fondamentale definire se e quanto il gas possa danneggiare (soprattutto sul lungo periodo) le componenti della lavatrice o addirittura fuoriuscire dall’elettrodomestico ed espandersi nell’ambiente circostante.

web: http://www.h2omilano.org/blog/2012/04/2193/

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